Cantico di Simeone

(Una poesia di T.S. Eliot, A Song for Simeon, 1928)

Signore, i giacinti romani fioriscono nei vasi e
il sole d’inverno sguscia sopra colline di neve;
la stagione ostinata si sofferma.
La mia vita è lieve, attende il vento della morte
come una piuma sul dorso della mano.
La polvere trafitta dal sole e la memoria negli angoli
attendono il vento che gela verso la terra morta.

Dona a noi la pace.
Ho camminato anni in questa città,
serbata la fede e il digiuno, ho provveduto ai poveri,
ho dato e avuto onori e agi.
Nessuno giunto alla mia porta fu respinto.
Chi si ricorderà della mia casa, dove vivranno i figli dei miei figli
quando sarà venuto il tempo del dolore?
Dovranno prendere il sentiero della capra, la tana della volpe:
dai volti stranieri fuggiranno, dalle loro spade.

Prima dell’ora delle corde, delle sferze e del lamento
dona a noi la pace.
Prima delle stazioni sopra il monte di desolazione,
prima dell’ora certa del dolore materno,
ora, in questa stagione di nascita mortale,
lascia che il Bimbo, l’ancora impronunciante e impronunciato Verbo,
conceda la consolazione d’Israele
a quest’uomo di ottant’anni senza domani.

Secondo la tua parola.
Ti pregheranno e soffriranno tutte le generazioni
tra gloria e scherno,
luce su luce, salendo la scala dei santi.
Non per me il martirio, l’estasi del pensiero e la preghiera,
non per me la visione somma.
Dona a me la pace.
(e una spada trafiggerà il tuo cuore,
anche il tuo).
Sono stanco della mia vita e di quella di coloro che verranno,
Muoio della mia morte e di quella di coloro che verranno.
Lascia che il tuo servo vada,
dopo aver visto la tua salvezza.

(© Daniele Gigli, 2007-2021 per la traduzione – Condivisione autorizzata a fini non commerciali citando la fonte)